Le fornaci di Villa Castelli: opere di Archeologia Industriale
Tratto da una piccola parte della rivista “Umanesimo della Pietra” riportata dal Geom. Nicola Cavallo:
“Metodi d’estrazione della pietra
L’attività estrattiva è regolamentata in Puglia dal Settore Cave e Miniere dell’Assessorato del Territorio e dell’Ambiente, che vigila con molta attenzione sulle concessioni rilasciate per gli evidenti problemi d’impatto ambientale, indotti da tale industria.
In passato per l’estrazione si ricorreva a tecniche rudimentali, staccando i massi dalla parete e dal letto della cava con una serie di fori, praticati in profondità con i fioretti (trapanazioni), nei quali venivano inseriti cunei di legno che, sommersi in acqua, si dilatavano, provocando il distacco dei blocchi, poi frazionati e squadrati. In altri casi i fori erano riempiti di polvere nera, di tritolo o di altri esplosivi e venivano fatti brillare con micce e con detonatori, provocando la cosiddetta volata, spettacolare quanto pericolosa. Ai nostri giorni si ricorre a una tecnica molto diversa, più precisa e mirata, per ricavare parallelepipedi, perfettamente squadrati, facendo uso di catene e di fili d’acciaio diamantato. Per ottenere blocchi regolari da banchi rocciosi molti duri si ricorre, spesso, al cosiddetto cannello da taglio, ossia a una lancia termica ad aria compressa e acqua, alimentata a gasolio, delimitata la linea di taglio con una riga metallica, s’induce il distacco dei conci per effetto del notevole calore (600°) prodotto dallo strumento utilizzato.
Con un’attrezzatura e con una metodologia, decisamente più rudimentali, però ricorrendo allo shock termico un mio zio paterno, Oronzo Cavallo (1892.1949), estraeva nel fondo di famiglia in Contrada Conserva Piccolo la durissima pietra nera, da cui ricavava le enormi macine per frantoi o per mulini. Era una lavorazione estremamente difficoltosa che impegnava l’operatore per lungo tempo, compromettendone l’apparato respiratorio; mio zio, infatti, affetto da silicosi, morì per un sarcoma pleurico.
Le pietre pugliesi
PIETRA VIVA – È la denominazione del Calcare di Altamura, perlopiù estratto nelle cave dell’Alta Murgia; è composta per la quasi totalità da carbonato di calcio (CaCO3). Nell’area di produzione è largamente adoperata in edilizia, anche per costruire trulli e muri a secco, nonché per ricavare, cotta a 800° nelle carcare, calce viva o spenta, quindi un’ottimo grassello per malte da costruzione. Gran parte del patrimonio edilizio e artistico della Puglia è stato realizzato grazie a questa roccia, molto diffusa nel contesto geologico regionale, dalla quale si ricavano tenaci conci squadrati, adoperati per la messa in opera di cordoli e di basolati, nonché inerti, quali breccioni, brecce e sabbia per opere stradali e per la produzione di calcestruzzo.
PIETRA GENTILE – Dalle cave di calcare s’estrae, anche, pietra da taglio di media durezza, reperibile in alcune zone degli agri di Ostuni e di Carovigno. Si presta per muratore isodomiche e per realizzare elementi architettonici decorativi, quali cornici, colonne, capitelli e altro.
PIETRA NERA – Di colore livido, è costiuita da calcari molto duri (dolomie grigio – scuro) ed è reperibile in pochissime aree. Per la sua durezza veniva utilizzata. Sopratutto, per ricavare le possenti macine dei frantoi e dei mulini, come s’è detto.
PIETRA LECCESE – È una calcarenite pliocenica, marmosa e di colore giallastro-grigio: è facilmente lavorabile, perciò s’usava dire si tagghia cu lu curtéddu. Questa pietra ha sostituito, sopratutto, la materia che ha esaltato l’inimitabile barocco leccese, caratterizzato da monumenti dalla straordinaria e capricciosa fluibilità architettonica e dalla ricchezza di ridondanti particolari scultorei.
CARPARO e MAZZARO – Provenienti da depositi calcarenitici plio-pleistocenici (Calcarenite di Gravina), hanno, variamente, grana fine e compatta a seconda delle caratteristiche litologiche delle località d’estrazione. Sono pietre dal colore tra il giallo e il grigio, anche contenenti cristalli di quarzo, che le rendono abrasive.
TUFO DELLE MURGE – S’estrae da depositi calcarenitici plio-pleistocenici (Calcarenite di Gravina, Calcarenite di Monte Castiglione), ha tessitura biancastra e tenera, quindi è meno duro e compatto delle precedenti rocce.
MARMO – Definizione locale impropria per indicare rocce calcaree dure e di colore chiaro, anche venate di rosso. In Puglia viene estratto nel Foggiano (Apricena, Poggio Imperiale, San Giovanni Rotondo), del Barese (Trani) e del Brindisino (Fasano). È una materiale lucidabile e di notevole valenza estetica, del quale s’è fatto largo uso nelle architetture tipiche del romanico pugliese.
CALCITE – È carbonato di calcio dalla struttura amorfa o cristallina, d’origine carsica; non è facilmente lavorabile, però se ne possono ricavare manufatti di notevole bellezza, in quanto, simili a quelli in alabastro, in onice, in madreperla, in breccia corallina.

Roccia millenaria di Monte Scotano (,326 m s.l.m), il punto più alto di Villa Castelli.

Movimentazione e sollevamento dei blocchi lapidei
In Puglia le pietre cavate, riguardo alla formazione e al peso. vengono, solitamente, così distinte: masso, blocco monolitico di rilevante dimensione, il cui peso supera 1 quintale e, pertanto, va spostato con mezzi idonei; massello, blocco maneggevole di spessore superiore a 10 centimetri, solitamente utilizzato per opere murarie o scultoree.
Nelle cave moderne per lo spostamento dei blocchi estratti s’utilizzano carriponte su binari e torri a tralicci metallici complessi (derrick), azionati da pulegge e da cavi d’acciaio avviati da motori elettrici. In passato si ricorreva esclusivamente alla tradizione animale, soprattutto pariglie di buoi, e i blocchi, imbracati con funi, si spostavano su slitte o su binari di legno lubrificati. In bottega e/o in cantiere gli artigiani, come da tradizione, si servivano di specifiche attrezzature: l’argano con telaio zavorrato, il paranco e la carrucola a fune o a catena; il martinetto e la binda; l’olivella, anche detta ulivella, attrezzo già in uso in Età greco-romana. Pero lo spostamento in orizzontale erano sufficienti rulli di legno, meglio se metallici. Azionati da leve o da slitte di ferro con timone e con mauìnubrio d’avanzamento. Nelle aree industriali sono in uso, oramai, mezzi più sicuri ed efficienti, quali carrelli a ruote con sollevamento pneumatico e gli efficientissimi muletti elettrici.
Lessico del territorio agro-silvo-pastorale dei trulli e delle masserie
CARCARA- Fornace ipogea per la cottura a 800° della pietra calcarea, da cui si ricavavano zolle di calce, dalle quali, idratate, s’ottenevano il grassello, componente essenziale, miscelato con sabbia e acqua, della tradizionale ottima malta per murature.
Una variante era lu murtiére, termine dialettale con il quale s’indicava l’impasto, amalgamato con acqua, di calce e di terra rossa, ricca di ossidi di ferro e d’alluminio, estratta dal fondo delle doline (bolo, lu uèle); il prodotto, molto tenace, veniva reimpastato dopo ventiquattro-quarantotto ore e utilizzato per stagnare le cisterne o per ottenere intonaci più resistenti.
Analoghe prestazioni offriva il cocciopesto, preparato con gli scarti delle fornaci dei figuli o frantumando prodotti ceramici usurati.
Con questo materiale dalla fine dell’Ottocento venivano realizzate mattonelle quadrate per la pavimentazione degli esterni ma, anche, malta per impermeabilizzare lastrici solari, levigando la superficie con la mazzeranga.
CASEDDARO o TRUDDARO – Lastre calcaree naturali di vari spessori e grandezza per rivestire la parte conica del trullo; quelle attualmente in uso sono segate e di spessore uguale.
CHIANCAREDDE – Lastre calcaree naturali di vari spessori e grandezza per rivestire la parte conica del trullo; quelle attualmente in uso sono segate e di spessore uguale.
CHIANCARULO – Adetto alla pavimentazione con basole calcaree.
CHIANCATARO – Operaio che produce basole calcaree, dette chianche o chiancole.
CHIANCONE – Masso pesante e di notevoli dimensioni, detto pentima se è infisso nel suolo.
ERA – Aia quadrangolare o circolare, recintata e pavimentata con basole calcaree.
PAGGHIERA – Trullo troncoconico dalla cui sommità, chiusa da una grossa chianca, s’immette all’interno della paglia o foraggio, che mantengono freschezza e profumo anche dopo mesi, allorchè vengono prelevati dalla porta inferiore della struttura.
PALUMMIENTE – Palmento, vasca in pietra per la pigiatura dell’uva; nella parte ipogea si metteva a fermentare il mosto o in alcuni casi si conservava l’olio.
PARETARO – Costruttore di pareti, muri a secco.
VUCCHIA o VUCCHIARO – Arnia, che in passato era spesso realizzata scavando blocchi parallelepipedi di pietra.

Fornace vecchia in via Trieste.

Fornace vecchia in via Vittorio Alfieri.
Come riportato in un articolo del 2023, il concittadino Antonio Cavallo, “Mest’Antonio” (1912-2011), ha dedicato gran parte della sua vita, prima da giovane e poi da pensioanto, alla lavorazione della pietra…
Informazioni di Pietro Miccoli che conosce bene questi luoghi essendo uno dei proprietari dell’ex Fornace F.lli Miccoli sita in via Trieste, ai piedi di Montescotano: “Al nord si svilupparono le prime fornaci, in particolar modo a Treviso e sono reconvertite. Ci sono vari tipi di fornaci come ad esempio quella “a giostra” con macchinario circolare e nastro trasportatore circolare sulla bocca della fornace, di questo genere si trovano nei comuni di San Vito dei Normanni e Carovigno (BR). L’alimentazione è più veloce, senza sbalzo termico e il ciclo è più continuo.
Una delle prime fornaci moderne di Villa Castelli fu inaugurata nell’estate del 1966, quasi 60 anni fa. Voluta da Angelo Miccoli, papà dei fratelli Miccoli, a società con l’ex sindaco di Villa Castelli, il Rag. Giuseppe Nigro. Intorno al 1953 o 1954 furono acquistati i terreni su cui è sorta l’azienda.
La fornace sita in via Vittorio Alfieri è una di quelle più vecchie e storiche presenti nel nostro paese. Altre vecchie fornaci sono presenti in località Montescotano. Tanti anni fa, sorse una cooperativa che gestiva ben tre fornaci dislocate ai piedi del monte e si arrivò a costruine quasi dieci fornaci. Queste erano a meccanismo manuale. Anche a Metaponto, in Basilicata, ci sono quelle con struttura in tufo mentre in Albania sono ancora in funzione.
Quella in via Vittorio Alfieri è con la cupola antibombardamento e risale alla fine del 1800 circa, usciva la fiamma da fuori. In Contrada Parpullo c’era una fornace con fossa grande circolare, il materiale che serviva per accenderla proveniva dai boschi.
La struttura della fornace dei Fratelli Miccoli è in tufo e cemento, dopo furono aggiunti degli anelli concentrici per evitare che esplodesse.
Da tre anni, dal 2022, è chiusa completamente, mentre è spenta da 6 anni, dal 2019 circa.
Per scavare la montagna o i colli in passato si facevano dei buchi con fioretti, compressioni d’aria, tutto a mano per ricavare la pietra. 24 h su 24 h accesa in funzione per cuocere la calce. Si parte dai 500, ai 600 fino agli 800 e si arriva addirittura ai 2000 quintali di produzione per le fornaci più grandi. Presso l’antica fornace sita in via Vittorio Alfieri, nel Rione Belvedere, due operai, un certo Antonio Leonardo Giancola e un grottagliese, intorno agli anni ’50 circa del secolo, morirono carbonizzati.
Un’altra fornace risalente agli anni ’70 circa, sita sulla via provinciale per Martina Franca non è più in funzione,”
Con questo abbiamo terminato di presentarvi tutto il territorio di Villa Castelli dall’origine ai giorni nostri, dalla Preistoria all’Età Contemporanea. In questi 10 anni circa, in particolar dal 7 settembre 2016 sulle pagine social di “Villa Castelli in Foto” e dal 2021 sul sito LiCastelli.it, vi abbiamo raccontato storie, tradizioni, aneddoti e altri episodi di cui eravamo quasi tutti a conoscenza ma anche tanti approfondimenti e scoperte di cui nessuno sapeva niente. Negli ultimi due anni, dal 2023, vi abbiamo tenuti compagnia facendovi conoscere usi, luoghi e personaggi che hanno fatto la storia di Villa Castelli, prendendo informazioni e studi effettuati dal web e da vari volumi scritti da storici locali, tra i principali: il Prof. Pietro Scialpi, l’Architetto Giuseppe Antonio Caliandro, già Presidente della Pro Loco Villa Castelli (1945-2022), Il Prof. Rocco Biondi (1945-2023), i coniugi il Geom. Nicola Cavallo e la Prof.ssa Luigia Altavilla, Angelo Giuseppe Chirulli già Responsabile dell’Ufficio Cultura e Turismo del Comune di Villa Castelli, il Prof. Giovanni Neglia “Nino” (anni ’20?-2005?) uno dei massimi esperti di Specchie della nostra zona, la Prof.ssa Maria Concetta Castellano e il francavillese Prof. Rosario Jurlaro (1930-2024) e tanti altri…
Continueremo a pubblicare le ulitme ricerche sulle Masserie rimaste su “Villa Castelli in Foto” e poi se ci saranno nuove scoperte…
Buon centenario di Autonomia Comunale alla Città di Villa Castelli (BR) [11.02.1926 – 11.02.2026]
Villa Castelli, 07-06-2025
A presto!
