Due anni e mezzo di anticipo: a Villa Castelli la campagna elettorale è già iniziata
C’è un paese che per anni ha vissuto di un silenzio quieto. Non l’assenza di problemi — quelli, a Villa Castelli, non sono mai mancati — ma l’assenza di chi li mettesse in fila, li portasse in piazza, chiedesse conto. Un silenzio comodo, forse, per chi amministra, e forse anche per chi si accontentava di non discutere. Un silenzio che io stesso, tempo fa, avevo osservato con un certo disagio: un paese vivace nei bar e nei gruppi social, eppure quasi muto nei luoghi dove le decisioni si prendono davvero.
Quel silenzio si sta rompendo, e va detto subito: è una buona notizia. Una comunità che discute è più viva di una che tace, e chi governa ha bisogno di essere messo alla prova quanto chi si oppone ha diritto di provarci. Nessun potere, per quanto onesto, migliora restando indisturbato troppo a lungo.
Ma il modo in cui questo silenzio si sta rompendo lascia qualche perplessità. La corsa verso il prossimo voto amministrativo è iniziata con oltre due anni e mezzo di anticipo: un tempo che non si spiega con l’urgenza di un problema improvviso, ma somiglia più al bisogno di occupare per primi uno spazio, di farsi un nome prima che lo faccia qualcun altro. E in questi mesi di anticipo, quello che si è visto è soprattutto un elenco di accuse — mai, o quasi mai, accompagnato da una proposta altrettanto chiara su cosa si farebbe di diverso. Puntare il dito è il primo passo di ogni opposizione seria, ma resta un gesto a metà se non arriva mai il secondo.
C’è poi un problema nella scelta dei bersagli. Non tutto ciò che viene raccontato come urgenza lo è davvero: capita che un tema sventolato con enfasi sia già seguito da anni, con atti e progetti che una verifica avrebbe trovato prima di parlarne come di un buco nell’acqua. E mentre si insegue il tema che fa più rumore, quelli che i cittadini sentono davvero sulla pelle — meno fotogenici, meno adatti a un video di due minuti — restano sullo sfondo. Un’opposizione che sceglie i problemi in base a quanto rumore fanno, invece che a quanto pesano nella vita delle persone, non sta ancora facendo il suo mestiere fino in fondo.
Attorno a questo fermento cresce anche un contorno meno nobile: pagine e profili senza firma che rilanciano, difendono, attaccano, senza mai metterci la faccia. Non è politica nemmeno questo. È l’ombra che ogni campagna elettorale porta con sé quando parte troppo presto e su basi troppo deboli.
Noi non stiamo con chi governa né con chi lo contesta, e non prenderemo mai una posizione comoda solo perché più rumorosa. Chiediamo a chi vuole rappresentare questo paese — oggi da fuori, domani magari da dentro — la stessa cosa che chiediamo a chi governa già: entrare nel merito, portare soluzioni, non solo bersagli. Alla fine di questa lunghissima campagna, l’unico vincitore che vale la pena augurarsi è un paese capace di riconoscere chi lavora sul serio da chi si limita a farsi sentire.
