Da Villa Castelli a New York, il sogno di Lorenzo Ammirabile: 42 chilometri, una promessa mantenuta e un paese nel cuore.

Dieci anni di attesa, la sua decima maratona, 3 ore e 31 minuti di corsa. Il grido «Forza Villa Castelli!» a 200 metri dal traguardo e un gesto rivolto al cielo per mantenere una promessa. Il racconto di un’esperienza che va ben oltre lo sport.
Ci sono traguardi che si raggiungono con le gambe e altri che si raggiungono soprattutto con il cuore. Quello conquistato da Lorenzo Ammirabile, cittadino di Villa Castelli, alla Maratona di New York appartiene senza dubbio a entrambe le categorie.
42 chilometri e 195 metri attraversando le strade della Grande Mela, migliaia di persone lungo il percorso, ponti, salite, musica, emozioni e, soprattutto, una storia personale che ha aspettato dieci anni prima di trovare il suo lieto fine.
Lorenzo ha partecipato alla Maratona di New York 2026, tagliando il traguardo di Central Park in 3 ore, 31 minuti e 39 secondi. Ma il risultato cronometrico, per quanto importante, rappresenta soltanto una parte di un’esperienza che racchiude sogni, amicizie, sacrifici, gratitudine e una promessa mantenuta.
Lo abbiamo incontrato e ascoltato nel corso di un’intervista durante la quale Lorenzo ha scelto di raccontarsi senza tralasciare nulla. Ci ha accompagnati passo dopo passo nella sua avventura newyorkese, ripercorrendo ogni momento, dalle prime ore del mattino fino all’arrivo, soffermandosi sui particolari, sulle sensazioni e sugli incontri che hanno reso questa maratona diversa da tutte le altre.
Un racconto minuzioso, a tratti divertente, spesso emozionante, dal quale emerge soprattutto una cosa: dietro ogni grande traguardo c’è sempre molto più di quello che appare sul cronometro. Un sogno coltivato per dieci anni!
Per Lorenzo, New York non era semplicemente una gara da aggiungere al proprio curriculum sportivo. Era un sogno che lo accompagnava fin da quando aveva iniziato a correre.
«Guardavo le immagini di quelle migliaia di corridori attraversare i ponti, percorrere le strade della Grande Mela, accompagnati da due ali di folla, e pensavo: un giorno voglio esserci anch’io».
Avrebbe dovuto partecipare già nel 2016, ma alcuni imprevisti lo costrinsero a rinunciare e a rimandare quel progetto.
Dieci anni dopo, finalmente, il sogno si è realizzato.
E non si trattava certo della sua prima esperienza sulla distanza regina. Quella di New York è stata la sua decima maratona. Prima erano arrivate due partecipazioni a Roma, due a Firenze e poi Venezia, Torino, Milano, Rimini e Trani. Dieci maratone, dunque, ma New York aveva un significato particolare, qualcosa che andava ben oltre la competizione.
La sveglia alle 3:30 e l’atmosfera surreale del villaggio di partenza.
La giornata della maratona comincia quando gran parte della città dorme ancora.
Alle 3:30 del mattino suona la sveglia. Una colazione veloce, gli ultimi controlli alle scarpe, al pettorale e agli integratori, poi il trasferimento in pullman verso i traghetti diretti a Staten Island.
Già durante il viaggio Lorenzo comprende di trovarsi davanti a qualcosa di straordinario. Intorno a lui ci sono atleti provenienti da ogni parte del mondo, lingue diverse, storie differenti, ma tutti accomunati dallo stesso obiettivo: arrivare a Central Park.
Dal traghetto Manhattan si mostra lentamente con il suo skyline, mentre la città comincia a svegliarsi. Un’immagine che Lorenzo aspettava da anni. Ma è al villaggio di partenza che lo spettacolo diventa quasi surreale.
Migliaia di persone sono sdraiate sui prati, avvolte in vecchie felpe, coperte e giubbotti. C’è chi mangia, chi dorme, chi ascolta musica e chi cerca di controllare l’emozione.
Lorenzo descrive quella scena come una specie di Woodstock dei maratoneti: al posto delle chitarre, scarpe da running, gel energetici e interminabili file davanti ai bagni chimici.
È inserito nella Wave 1, Corral D, la prima ondata di partenza, poco dietro i corridori più veloci.
Gli ultimi preparativi diventano quasi un rituale: un po’ di arnica sulle gambe, qualche camminata per non raffreddarsi, controlli all’orologio e qualche visita supplementare al bagno.
Poi arriva il momento di dirigersi verso il maestoso Ponte di Verrazzano.
Lorenzo ha la fortuna di partire dalla parte superiore del ponte, uno degli scenari più iconici della maratona. Davanti a lui migliaia di corridori, intorno il mare e il cielo, dentro una sensazione difficile da spiegare. Poi il colpo di cannone e le note di New York, New York di Frank Sinatra.
Cinque distretti, migliaia di persone e una città che ti spinge a continuare.
La gara comincia con la salita del Ponte di Verrazzano e la successiva discesa verso Brooklyn, da lì prende forma un viaggio attraverso i cinque distretti della città.
Brooklyn accoglie i maratoneti con un’energia travolgente: bambini che tendono le mani per un cinque, spettatori che gridano i nomi dei corridori, bande musicali, cartelli divertenti e famiglie intere lungo le strade.
«A New York non sei mai uno sconosciuto», racconta Lorenzo. Anche se arrivi dall’altra parte del mondo, trovi sempre qualcuno pronto a incoraggiarti.
Poi il Queens e il Queensboro Bridge, uno dei passaggi più impegnativi dell’intero percorso,qui la musica e le urla della folla scompaiono quasi completamente. Restano la salita, il rumore delle scarpe sull’asfalto e il respiro degli altri atleti.
È un momento in cui la maratona diventa una sfida soprattutto con se stessi, ma all’uscita del ponte arriva Manhattan, con un muro di persone e un boato impressionante. La First Avenue, i grattacieli, le bandiere e migliaia di spettatori restituiscono ai corridori tutta l’energia che sembrava essersi esaurita.
La gara prosegue verso il Bronx, per poi tornare a Manhattan attraverso Harlem e la Fifth Avenue, fino agli ultimi chilometri che conducono a Central Park.
Una maratona bellissima, ma anche molto più impegnativa di quanto si possa immaginare. Gli ultimi chilometri: quando la forza arriva dalla testa
Fino al 35° chilometro tutto procede secondo i programmi di Lorenzo. Il ritmo è quello preparato, il fiato risponde bene e le sensazioni sono positive.
Poi le cose cambiano.
Le gambe diventano sempre più pesanti. Non è la respirazione a creare problemi, ma la risposta muscolare dopo tutte quelle salite e discese. Intorno al 38° chilometro la fatica si fa sentire davvero.
È uno dei momenti più delicati della maratona, quello in cui mesi di allenamenti e preparazione devono lasciare spazio alla forza mentale.
Lorenzo sa di aver aspettato dieci anni per arrivare fin lì. Non può arrendersi proprio a pochi chilometri dal traguardo.
Così continua, un passo dopo l’altro, verso Central Park.
A 200 metri dal traguardo, il grido che lo riporta a casa, ma la sorpresa più bella deve ancora arrivare.
Mancano circa 200 metri all’arrivo. Lorenzo è stanco, le gambe hanno ormai dato quasi tutto e cerca soltanto di godersi gli ultimi istanti di quel sogno.
All’improvviso, in mezzo a migliaia di persone, sente una voce familiare:
«DAI, FORZA VILLA CASTELLI!».
Si gira e riconosce Giovanna Barletta, ragazza di Villa Castelli che vive a New York, insieme ai suoi genitori Aldo Barletta e Maria Santoro.
Sono lì, a pochi metri da lui, per incitarlo e riprendere con il telefono gli ultimi istanti della sua maratona.
Un incontro inaspettato, capace di trasformare quegli ultimi metri in uno dei ricordi più intensi dell’intera esperienza.
Lorenzo racconta di aver provato un’emozione difficile da descrivere.
Aveva attraversato l’oceano per realizzare un sogno, aveva percorso oltre 42 chilometri tra migliaia di volti sconosciuti e proprio a pochi passi dal traguardo qualcuno stava gridando il nome del suo paese.
«Per un attimo non ero più a New York. Ero a casa».
In quelle parole, «Forza Villa Castelli», c’era tutto il calore delle sue origini, della sua gente e del luogo a cui appartiene.
Una spinta speciale, come racconta lui stesso, più forte di qualsiasi integratore.
3 ore, 31 minuti e 39 secondi: il sogno diventa realtà
Pochi istanti dopo Lorenzo attraversa il traguardo di Central Park.
Il cronometro segna 3 ore, 31 minuti e 39 secondi.
È il tempo della sua Maratona di New York 2026. Forse avrebbe desiderato qualcosa in meno dal punto di vista cronometrico, ma il risultato passa quasi in secondo piano. In quel tempo sono racchiusi dieci anni di attesa, mesi di sacrifici, centinaia di chilometri di allenamento, sveglie prima dell’alba e la determinazione di non smettere mai di inseguire un obiettivo.
Lorenzo ritiene di essere, per quanto gli risulta, il primo cittadino di Villa Castelli ad aver partecipato e portato a termine la Maratona di New York nelle sue 55 edizioni. Un motivo di orgoglio, soprattutto per aver portato idealmente il proprio paese sulle strade di una delle competizioni più famose al mondo.
Ma il suo desiderio è che questo primato non rimanga isolato.
Vorrebbe che il suo racconto riuscisse ad avvicinare altri appassionati alla corsa, soprattutto i più giovani, e che un giorno potesse partire da Villa Castelli un gruppo di runner diretto insieme verso New York, perchè i sogni, quando si realizzano, sono meravigliosi, ma lo diventano ancora di più quando riescono a ispirare quelli degli altri. Dietro ogni maratona non si corre mai davvero da soli.
C’è una parte del racconto di Lorenzo che merita un’attenzione particolare: quella dedicata alle persone che hanno condiviso con lui il percorso di preparazione, perché se la maratona è uno sport individuale, dietro ogni traguardo ci sono spesso amicizie, allenamenti condivisi, chiacchierate, risate e persone che rendono meno pesanti anche i chilometri più difficili.
Lorenzo vuole rivolgere un ringraziamento speciale a Mino Urselli, che lo ha accompagnato durante la preparazione, diventando un vero e proprio metronomo nella gestione degli allenamenti più lunghi. Sempre attento al ritmo, ai tempi e alla gestione delle energie. «Quando correvo con Mino sapevo che l’orologio poteva anche restare a casa: ci pensava lui!», racconta con ironia.
Poi c’è Antonio Ciciriello, compagno di quelle uscite che avrebbero dovuto essere tranquille, con il cosiddetto passo conversazionale. Peccato che, tra una chiacchiera e l’altra, finissero quasi sempre per andare più forte del previsto.
Con Antonio, insomma, anche gli allenamenti lenti rischiavano di trasformarsi in ripetute mascherate.
Un pensiero va anche a Benedetto Conserva, presente in un paio di uscite ma comunque parte importante di questo percorso. A lui Lorenzo dedica anche un augurio: quello di poter tornare un giorno a correre insieme una maratona. C’è poi Domenico Giovane, al quale riserva una menzione davvero particolare. È la persona con cui tanti anni fa ha iniziato a correre. Prima delle maratone, dei cronometri e dei grandi obiettivi, ci sono stati i primi passi condivisi. E quando si realizza un sogno così grande, è inevitabile tornare con la memoria proprio a dove tutto è cominciato.
Una promessa mantenuta dopo dieci anni!
Ma il passaggio più intimo e forse più toccante del racconto di Lorenzo è quello dedicato a Dino Cinieri con lui avrebbe dovuto correre proprio la Maratona di New York nel 2016. Era un sogno immaginato e condiviso, un appuntamento che però, per circostanze della vita, non si era potuto realizzare.
Sono passati dieci anni. La vita ha seguito il suo corso, ma certi pensieri e certe promesse restano.
E così, quando Lorenzo è finalmente arrivato a Central Park, dopo 42 chilometri e 195 metri, in mezzo alla folla, alla gioia e alla stanchezza, ha alzato un dito verso il cielo.
Un gesto semplice, che agli occhi di chi osservava poteva sembrare una normale manifestazione di felicità per aver tagliato il traguardo, ma per Lorenzo aveva un significato molto più profondo.
Era un gesto rivolto a Dino. Un modo per ricordare quel progetto nato dieci anni prima e mai dimenticato.
«Era una promessa. E quella promessa, dopo dieci anni, l’ho mantenuta».
È forse questa la fotografia più intensa della sua New York: non soltanto un atleta che taglia il traguardo di una delle maratone più importanti del mondo, ma un uomo che, nel momento più bello, trova il modo di portare con sé anche una persona che non era fisicamente al suo fianco perché alla fine una maratona non è fatta soltanto di chilometri, tempi e medaglie. È fatta soprattutto delle persone che, in un modo o nell’altro, portiamo con noi fino al traguardo.
Da New York a Villa Castelli: una storia che può diventare un esempio
La storia di Lorenzo Ammirabile è quella di un sogno inseguito per dieci anni e finalmente realizzato. Ma è anche una storia di appartenenza, amicizia e riconoscenza.
È partito da Villa Castelli per attraversare l’oceano e correre una delle maratone più famose al mondo. È arrivato a Central Park con la fatica di 42 chilometri nelle gambe, il nome del suo paese ancora nelle orecchie e una promessa mantenuta nel cuore.
Ha portato con sé gli amici degli allenamenti, chi gli ha insegnato i primi passi nella corsa, chi avrebbe voluto essere lì con lui e chi, a pochi metri dall’arrivo, ha saputo fargli sentire casa anche a migliaia di chilometri di distanza e soprattutto è tornato con un messaggio rivolto a chi sogna di fare lo stesso: non smettere di crederci e continuare a mettersi alla prova.
Magari, un giorno, saranno tanti i runner di Villa Castelli a partire insieme per New York. Lorenzo ha aperto idealmente quella strada.
E il suo auspicio è semplice: essere stato il primo, ma non l’ultimo.
Perché questa non è stata soltanto una maratona.
Questa è stata la sua New York.



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