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Williams Keith Forbes, Cittadino Onorario di Villa Castelli, figlio del concittadino Cosimo Ricci: una famiglia alla ricerca del proprio fratello.

Venerdì scorso, 3 ottobre 2025, presso la Sala Consiliare del Comune di Villa Castelli, si è tenuta una bella cerimonia che ha unito l’Italia e l’Inghilterra.

La storia di una famiglia che per anni è andata alla ricerca del proprio figlio/fratello e viceversa.

Il signor Keith ha ricevuto la cittadinanza onoraria perché legato alla famiglia Ricci di Villa Castelli.

Ecco a voi tutta la storia riportata dal suo bisnipote Andrea Veccari su un opuscoletto preparato e tradotto in inglese con l’aiuto del fratello maggiore Christian per l’occasione:

“Dedicato alla memoria del mio bisnonno

Cosimo Ricci

che ci guarda, contento, da lassù

Cosimo Ricci (1920-1980)

Consegna della pergamena.

ANDREA VECCARI

STORIA DI UN AMORE IN TEMPO DI GUERRA

Cosimo Ricci nacque il 16 marzo del 1920, a Montemesola, in provincia di Taranto. Figlio di Beniamino Ricci, maestro d’ascia nei cantieri navali di Taranto, e di Antonietta Rizzi, Cosimo viveva una vita umile, scandita dal lavoro e dalla fatica. Ottobre 1940. La guerra bussò alla sua porta senza chiedere permesso… Cosimo fu arruolato nell’Esercito Italiano, destinato al “2° Reggimento Artiglieria Celere”. Gli fu assegnato un compito pericoloso e vitale: posare cavi telefonici tra la prima linea e i comandi arretrati. Dopo due mesi di CAR (Centro Addestramento Reclute) a Napoli, fu imbarcato per la Libia. Bengasi. Al suo arrivo, confuso e spaesato, quasi per miracolo,Cosimo vide tra la folla un volto familiare. Tra i feriti in fila per l’imbarco, c’era suo fratello maggiore, Angelo. L’abbraccio fu breve, ma intenso, poi, com’era arrivato, Angelo sparì tra la folla dei soldati in partenza per l’Italia. Le loro strade si separarono. Iniziò così il suo inferno nel deserto. Le scarpe erano rubate ai morti. I vestiti logori, strappati, inadatti a quelle temperature inumane. Si combatteva per l’acqua, per una briciola di pane. Il vento sembrava portare con sé l’odore dei corpi dei compagni lasciati marcire sotto il sole. Tra il 21 e il 22 gennaio del 1941, durante l’offensiva britannica su Tobruk, Cosimo fu fatto prigioniero, insieme a quasi 20.000 altri soldati italiani. Molti non sopravvissero nemmeno al trasferimento a piedi fino al porto di Derna: morivano per strada, abbandonati, dimenticati. Chi resisteva veniva imbarcato su barche rustiche, destinate ad Alessandria d’Egitto. Poi la marcia forzata fino a El Kasasin, vicino a Suez.

Dal porto di Suez, Cosimo e altri prigionieri furono caricati su dei grandi transatlantici, come la Queen Mary e la Queen Elizabeth, per essere trasportati in India, in Australia, in Sudafrica, in Canada o in Inghilterra, a seconda delle necessità logistiche delle forze Alleate. Tre mesi di traversata. Fame, malattie, sudore, morte… Più della metà di loro non vide mai la terraferma. Cosimo sì. Fu internato nel campo di prigionia di Harcourt Hill, nei pressi di Oxford. Una prigione, sì, ma dignitosa: baracche, razioni giornaliere, turni in segheria. Cosimo lavorava insieme ad altri 15 prigionieri. Tagliava legna, segava, trasportava. Con la fine della guerra, le condizioni carcerarie si allentarono. Ai prigionieri fu concesso di uscire per sei ore al giorno. Ed è proprio in una di quelle brevi uscite che Cosimo vide per la prima volta la giovane Mary Forbes. Lavorava in una lavanderia di fronte alla segheria. Tra loro nacque qualcosa di semplice, puro, che né la guerra né la prigionia poterono fermare. Dopo pochi mesi scoprirono, con gioia, di aspettare un figlio. Ma il 13 giugno 1946, dieci giorni prima della nascita del bambino, arrivò l’ordine irrevocabile di rimpatrio. Sognavano una nuova vita. Un ritorno. Un ricongiungimento. Avevano scelto il nome: Beniamino, come il padre di Cosimo. La segheria offrì a Cosimo un contratto. Il viaggio di ritorno in Inghilterra gli era stato già pagato. Si lasciarono con la promessa di rivedersi presto, di sposarsi, di crescere il bambino insieme. Ma le cose non andarono così. I genitori di Cosimo gli vietarono con forza di ripartire. Il bambino nacque senza di lui. Si chiamava William Keith, nome del nonno materno. Portava il cognome Forbes, quello della madre. Aveva la pelle scura e i tratti del padre. Cosimo vide una foto del bambino. Solo una. La tenne stretta per tutta la vita. Scriveva lettere a Mary, di nascosto, affidandole al sacerdote di Villa Castelli, Don Gabriele Erriquez. Ma la corrispondenza segreta durò poco più di un anno. Le pressioni e i litigi con la famiglia erano insopportabili. Cosimo si arrese. Si voltò, e, col cuore spezzato, scelse di iniziare una nuova vita. Dopo cinque anni sposò Carmela De Virgiliis, bracciante di Villa Castelli. Ebbero quattro figli: Beniamino, Antonio, Giuseppe e Anna. Una nuova famiglia, una nuova vita, ma Cosimo non dimenticò mai.

keith appena nato.

Keith da bambino.

Conservava fotografie, lettere, e quel vuoto nascosto che lo consumava. A volte, nelle sere più allegre, si lasciava scappare una frase: “Qualche vot’ a vinì iun da luntan’ e ma’ fa’ na freculata di mazzat’.” (“Prima o poi arriverà qualcuno da lontano, che mi prenderà a botte.”) Il 13 giugno 1980, giorno di Sant’Antonio, Cosimo Ricci morì tragicamente. Era lo stesso, identico giorno in cui, trentaquattro anni prima, aveva ricevuto l’ordine irrevocabile di rimpatrio. Il giorno in cui aveva dovuto lasciare Mary, incinta di suo figlio. Lasciò ai suoi cari un biglietto.

“Me ne vado con il mio dolore.”

Keith crebbe senza padre. Ma la madre, Mary, e la sua famiglia gli diedero tutto l’amore possibile. A scuola, lo chiamavano “il Nero”, per via della pelle scura, per quei tratti mediterranei che lo rendevano diverso. Keith aveva 18 anni quando Mary decise di sposarsi. Scappò di casa. Iniziò a lavorare come assicuratore. A 23 anni si sposò con Penny e mise su famiglia. Due figli. Una vita normale. Ma quel vuoto… quel vuoto non smetteva di fargli male. Prima di morire, Mary gli lasciò un biglietto contenente alcune informazioni che, forse, lo avrebbero aiutato a trovare il suo vero padre:

Ricci “Luciano”, di Brindisi

Ha un “campo lungo” e un garage

Prigioniero italiano a Oxford

Fu così che Keith cominciò a cercare. Prima negli archivi, poi nei registri di stato, infine, con l’avvento di Internet, sui social. Pubblicò un appello sul gruppo “Nostalgic Oxford”, raccontando la sua storia. Nessuna risposta. Nessun risultato.

Keith da adulto.

Una parte della famiglia Ricci.

Keith e suo fratello Beniamino. Nell’immagine di copertina assieme ai fratelli e cognati.

Dopo la morte del padre, anche Beniamino, il figlio maggiore di Cosimo, si promise che avrebbe, prima o poi, trovato suo fratello. Si rivolse ai fratelli e alle cognate di Cosimo, a giornalisti, trasmissioni televisive, professori universitari. Tutto inutile. L’unica certezza era che da qualche parte, là fuori, c’era un fratello, che tutti avevano dato per certo si chiamasse “Beniamino”. I nomi sbagliati, le informazioni confuse, le lingue diverse… tutto si opponeva alla verità. Molti sconsigliarono persino a Beniamino di continuare le sue indagini, in quanto avrebbe rischiato di sconvolgere inutilmente vite famigliari altrui. Ma Beniamino non si fermò. Grazie a Facebook, pubblicò la sua storia su gruppi dedicati ai prigionieri italiani durante la Seconda Guerra Mondiale.Fu così che una giornalista inglese, Karen Rose, figlia di un cosiddetto “frutto della guerra”, che si occupava di casi simili (secondo alcune fonti sono circa 1500 i casi simili a quello di Keith), contattò Beniamino, dicendogli che, forse, la storia di un certo Keith Forbes, combaciava con la sua. Keith si iscrisse al gruppo. I primi contatti furono con Dario, figlio di Beniamino. Poi, superate le barriere linguistiche, avvenne il primo incontro virtuale. Beniamino e Keith si videro per la prima volta in videochiamata. Da quella volta iniziarono a parlare ogni giorno. Avevano tante domande, tante cose da dirsi, una storia spezzata da ricomporre… Superati i fraintendimenti legati al nome “Luciano” (Cosimo aveva un secondo nome: Felice, che per gli inglesi divenne “Lucky”, nome che ricordava quello del famigerato mafioso Lucky Luciano. Fu probabilmente per questo motivo che Mary scrisse di lui come “Luciano”), i dubbi rimanevano pochi. Mancava solo uno scoglio: il DNA. Il risultato si rivelò positivo: Keith e Beniamino erano figli dello stesso padre. Da quel momento in poi, Keith fu accolto da tutti i suoi nuovi parenti come un vero membro della famiglia. Dopo mesi di videochiamate, Keith partì per la prima volta per Villa Castelli. All’aeroporto di Bari, i suoi fratelli lo aspettavano a braccia aperte. Il primo passo che fece fu verso la tomba di Cosimo. La tomba di un uomo che, pur essendo lontano, gli era sempre appartenuto.

Il cerchio si chiuse. E con esso, il dolore. Finalmente.

Oggi, a 79 anni, Keith ha un rapporto magnifico con la sua nuova famiglia e segue, entusiasta, la vita di quella che per lui è casa: Villa Castelli.”

Francesco Ligorio

Sono nato a Francavilla Fontana il 30/09/1999. Ho frequentato la scuola dell'infanzia presso l'asilo "Gianni Rodari" in Villa Castelli. Ho frequentato la scuola primaria presso il plesso "Don Lorenzo Milani" in Villa Castelli. Ho conseguito il Diploma di Terza Media presso l'Istituto Comprensivo "Dante Alighieri" in Villa Castelli. Ho conseguito il Diploma di Maturità Scientifica presso il Liceo Scientifico "F. Ribezzo" in Francavilla Fontana. Sono stato educatore presso l'Azione Cattolica della mio paese e ho lavorato presso il Centro Estivo "Robur Summer Camp". Ho avuto alcune esperienze come cameriere. Ho partecipato al Servizio Civile Universale al progetto "Agorà 2.0" promuovendo da sempre il territorio e la nostra cittadina. Attualmente studio presso la Facoltà di Beni Culturali all'Unisalento in Lecce. Gestisco le pagine social di Villa Castelli in Foto dal 2016 e dal 2021 faccio parte del blog LiCastelli.it Dal 2022 sono socio della Pro Loco di Villa Castelli. Amo la natura, la cultura, la fotografia, andare in bici, le tradizioni locali e tanto altro... Spero di avervi raccontato quasi tutto delle varie cose fatte fino a questo momento della mia vita. 😁😊👋🏻

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